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Wroclaw Neon Gallery

È il 14 novembre, venerdì sera. Ulica Ruska è una via che dista poche centinaia di metri dalla piazza centrale di Wroclaw. Il numero 46c è in un cortile interno, che conduce nella via parallela. Lo spazio è schiacciato tra due lunghi palazzi, è sempre un po’ buio, la strada rovinata.

Ma le pareti non sono grigie, murales di diversi colori, dimensioni e stili ricoprono i palazzi. Qui sono stati ricollocati vecchi neon della città, grandi insegne luminose restaurate e rimesse in funzione.

Sono le ore 20, e tutte si accendono.

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Breslavia, Cimitero Militare Italiano

Ha appena smesso di piovere, l’autobus numero 11 arriva al suo capolinea “Cmentarz Grabiszyński”. Sulla destra sorge uno dei cimiteri più grandi di Breslavia. Sul lato opposto c’è un parco. Bisogna camminare ancora un po’ ed attraversare i binari del tram. Ci sono solo alberi, erba, poi un cancello. Sulla targa, Sezione del Cimitero Militare Italiano Guerra 1915-1918; dall’altro lato del cancello, la stessa scritta, ma in polacco.

La costruzione del Cimitero Militare Italiano a Breslavia iniziò nei primi mesi del 1927 per volere del governo italiano – nell’area del parco Grabiszyński. Già nel luglio di quello stesso anno arrivarono i primi corpi dei soldati, precedentemente sepolti nei pressi dei campi di prigionia in cui avevano trovato la morte. Il 2 novembre 1928 il cimitero era completato. I resti di 1016 soldati italiani morti nei campi di prigionia di Wroclaw, della Bassa Slesia e di altre zone orientali della Germania erano stati trasportati qui da più di 70 cimiteri.

Più di mille uomini catturati a più di mille kilometri da qui. Dopo il 24 ottobre 1917, dopo la rotta di Caporetto. Sconfitti dagli austriaci, trasportati nei campi di prigionia tedeschi.  La fame, le malattie ed il freddo li condannarono tutti alla morte in pochi mesi.

Alla fine del 1943 furono sepolti qui anche 20 soldati italiani catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre.

I soldati sono sepolti in tombe singole. Le lapidi sono state realizzate con pietre provenienti dall’altopiano carsico, gli stessi luoghi delle battaglie della Prima Guerra Mondiale.

Ci sono due vie che si incontrano ad angolo retto formando una sorta di croce latina. Al centro un obelisco commemorativo – realizzato dallo scultore Angelo Negretti. L’Italia ai suoi figli caduti nella Guerra Mondiale MCMXV-MCMXVIII. Tutto attorno il prato bagnato.

Indipendenza

È l’11 novembre 1918, la prima guerra mondiale è appena terminata e la Polonia torna ad esistere dopo 123 anni. Józef Piłsudski ne diventa capo di stato.

La spartizione della Polonia era iniziata nel 1772: la Prussia di Federico il Grande, la Russia e l’Austria di Maria Teresa si erano senza troppi problemi prese un pezzo di Polonia ciascuno. L’anno seguente Russia e Prussia se ne presero un altro pezzo. Nel 1795 in seguito ad un tentativo di rivolta, Austria, Russia e Prussia si divisero quel che era rimasto.

Passerà più di un secolo prima che la Polonia torni ad esistere sulle mappe geografiche. Un’esistenza per altro subito interrotta dal celeberrimo patto Molotov-Ribbentrop del 1939.

Io sono nato a Todi, un paesino con meno di 20 mila abitanti sulle colline umbre nel centro dell’Italia. L’11 novembre lì è festa. C’è una fiera, la fiera di San Martino. Martino, vescovo di Tours, che a Todi non ci ha mai messo piede. In compenso avevamo un Papa, tal Martino I, nato a Todi, ma è un’altra storia.

Oramai da diversi anni non sono a Todi per la fiera di San Martino, ora invece mi trovo nel mezzo della piazza di Wroclaw, mentre passa un lungo corteo di ragazzi delle scuole con vestiti strani. Sciarpe, bandiere, canzoni, palloncini. Bambini, gente in costume, cartonati di Piłsudski, volontari che distribuiscono żurek caldo, preparato come facevano i soldati. È la Giornata Nazionale dell’Indipendenza della Polonia.

Un po’ più in là il consueto corteo di nazionalisti ed estremisti, ma è meglio starne alla larga.